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Lo stabilimento Fibronit s.r.l. (prima chiamata Sapic: Società Adriatica Prodotti in Cemento Amianto) di Bari ha iniziato la sua attività nel 1935. L’area sulla quale insiste ha una superficie di circa 100.000 mq, 39.000 dei quali sono coperti da edifici industriali e magazzini, situata in pieno centro urbano tra tre quartieri densamente popolati (Japigia, San Pasquale e Madonnella) impiegando mediamente 400 lavoratori. Produceva esclusivamente fibrocemento, un composto formato da una miscela di cemento, acqua e fibre di amianto, fondamentale per la produzione di molti manufatti (tubi, lastre ondulate, vasche, manicotti, ecc.) impiegati massicciamente in edilizia. Fino agli anni ’60, l’amianto è stato lavorato senza alcuna protezione per gli operai e senza accorgimenti per contenere la dispersione delle polveri sia negli ambienti di lavoro, sia tra le abitazioni dei quartieri vicini (quali, ad esempio, cappe di aspirazione sulle macchine e impianti di carica a circuito chiuso; L’amianto veniva trasportato in sacchi di juta, quindi sottoposto alla sminuzzatura e cardatura ad umido per separarne le fibre, poi essere miscelato con cemento ed impastato con acqua: i manufatti, dopo la stagionatura, venivano rettificati al tornio e segati a secco (si può solo immaginare la dispersione della " polvere" d’amianto!). Le conseguenze sono state gravissime per i lavoratori direttamente esposti e per la popolazione. La Fibronit s.r.l. per decenni ha anche stoccato rifiuti di lavorazione e scarti di produzione, colmando aree depresse e livellando estese zone di territorio sia per recuperare superfici utili alla movimentazione di mezzi meccanici che per la costruzione di nuovi capannoni. La Fibronit s.r.l. ha adibito pertanto, nel corso della sua attività produttiva, intere aree a discarica di residui e scarti di lavorazione in quanto non erano stati previsti sistemi di raccolta e di smaltimento degli stessi anche a causa di assenza di normativa in tal senso. Si stima pertanto che sino a 7 metri sotto il livello stradale ci siano circa 30.000 Mc di amianto! Al 1972 risalgono le prime forme di protesta da parte degli operai, allarmati per la progressione di casi di malattie professionali.
Nello stesso anno il Consiglio Comunale prima, e la Commissione Regionale di inchiesta sulla salute nelle fabbriche poi, disposero gli opportuni accertamenti sulle condizioni ambientali della fabbrica, a seguito dei quali la società proprietaria, intraprese una progressiva opera di bonifica. Gli interventi non furono ritenuti sufficienti dalle maestranze, che il 10 aprile 1974 denunciarono al Pretore il persistere di condizioni igienico-sanitarie "disastrose". Nel ricorso, con il quale si chiedeva che venisse effettuata una ispezione giudiziale, venivano elencati i numerosi casi di malattie professionali registrati negli anni precedenti:
- 3 casi di asbestosi dal 1965 al 1971, - 63 solo nel 1972, - 27 nel primo trimestre del '73, 16 casi di lavoratori deceduti.
Eseguiti dai periti i richiesti accertamenti, il 5 marzo 1975 il Pretore ne traeva le conclusioni affermando che: - Sino al 1966-'67, la lavorazione nello stabilimento era stata condotta "con metodi artigianali, senza alcuna prevenzione tecnica", quindi in condizioni di estremo pericolo;
- Risultava evidente la responsabilità dell'azienda, che avrebbe dovuto rilevare la "situazione di macroscopica nocività ambientale" anteriore al '72 indipendentemente dal fatto che dopo le indagini compiute fino al 1971 (ben 8 sopralluoghi) né l'ENPI (Ente Nazionale Protezione Infortuni), né l'Ispettorato del Lavoro avevano segnalato situazioni di pericolo;
- Era innegabile, alla luce dei 151 casi di asbestosi accertati a quella data dall'INAIL di Bari, "la inattendibilità dei risultati forniti dai controlli preventivi effettuati periodicamente presso lo stabilimento" ;
- Era lecito accusare "quanto meno di imperizia e/o di negligenza gli autori delle indagini compiute" ;
La fabbrica ha cessato la sua attività nell’anno 1985 ma niente fu fatto dalla Fibronit per preservare la popolazione dai rischi della esposizione all’amianto, tanto da indurre la magistratura a procedere nell’ottobre del 1995 ad un sequestro dell’area per accertare lo stato dell’ex stabilimento. Si accertò che l’area Fibronit era in realtà una discarica non autorizzata: tonnellate di tubi, vasche e manicotti in amianto, ridotti in frantumi, nel sottosuolo; amianto a vista sulle pareti dei capannoni, i tetti, in cemento amianto, usurati; presenza di fibre di amianto fino a non meno di sette metri di profondità; presenza di fibre di amianto anche nella falda acquifera che corre sotto lo stabilimento. E’ bene evidenziare che fino al momento della conclusione delle indagini, nessuna delle amministrazioni competenti era stata edotta dalla azienda proprietaria dell’abnorme stato di inquinamento del suolo e del sottosuolo dell’area su cui sorge lo stabilimento. Pertanto, tutti i pareri, adozioni ed approvazioni rilasciate negli anni passati, sono stati viziati all’origine da una assoluta mancanza di cognizione della reale situazione dei luoghi oggetto della lottizzazione. A seguito della pubblicizzazione dei risultati delle indagini, l’Azienda fu costretta durante il 1997, a seguito di ordinanze sindacali, a coprire le aree scoperte dello stabilimento onde evitare ulteriori dispersioni di polveri e fibre di amianto nell’abitato circostante.
Nel 1999 la Giunta Comunale approva il Programma di Riqualificazione Urbana e Sviluppo Sostenibile Territoriale (PRUSST) inserendo anche l'area Fibronit. Con i Prusst, approvati dal ministero dei Lavori pubblici, viene assegnato a Bari quattro miliardi per redigere dei progetti. Si pensa ad una bonifica ed invece nel compilare il progetto, ci si dimentica di barrare la casella che indica la contaminazione dell'area. L'amministrazione dirà che si è trattato di un errore, ma per quell'errore l'area è ora considerata edificabile! L'amministrazione voleva costruire palazzi sopra l'area e un sottopasso di collegamento tra i quartieri Japigia e San Pasquale. Questi progetti sarebbero stati realizzati sui rifiuti di amianto, attraverso opere di scavo, costose e rischiosissime per la salute pubblica. Su richiesta del Comitato Cittadino Fibronit, l'allora Ministro Nerio Nesi verificò di persona lo stato delle cose e la condizione reale in cui versava l'area inquinata, provvide, al suo rientro a Roma, a bloccare questo progetto lamentando la mancata conoscenza del Ministero dello stato, di profondo inquinamento in cui versava l'area di questa ex fabbrica di manufatti in cemento amianto posta nel cuore della città. Infatti, nella descrizione che affiancava la richiesta di PRUSST, per mera dimenticanza, era assente il riferimento che l'area in questione era intrisa da tonnellate di amianto pronto a liberarsi nell'aria per raggiungere i polmoni dei cittadini baresi. Il progetto venne stoppato.
Il 18 settembre del 2001, con decreto dello stato n.468, inserisce la Fibronit nell’elenco dei siti inquinati di interesse nazionale del programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale del Ministero dell’Ambiente e Tutela Territorio.
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